Ilaria Bastoni Medical Psicologia

TWISTIES – COSA ACCADE NELLA MENTE DI UN GINNASTA: IL CASO DI SIMONE BILES

“Giravo su me stessa e non avevo più la sensazione di dove fossi. Era orribile, una sensazione di vuoto. Ritrovavo un riferimento solo quando impattavo a terra. Non hai assolutamente alcun controllo sul tuo corpo e su ciò che fa nello spazio. La sensazione più strana è sentirsi pietrificati. È difficile provare a fare un’abilità ma non avere la tua mente e il tuo corpo in sincronia”.

Attraverso queste parole Simone Biles, ginnasta plurivincitrice statunitense, mette in pausa le sue performances ai giochi olimpici di Tokyo 2020 per dedicarsi alla ripresa della sua salute mentale.
Durante la prova di un volteggio, la ginnasta ha riferito di aver perso il controllo del proprio corpo, accompagnata dalla paura di infortunarsi.

La sensazione disorientante provata prende il nome di “Twisties”. I twisties sono un termine informale usato per riferirsi ad un certo tipo di blocco mentale che un ginnasta può sperimentare mentre si trova in aria durante un’abilità di torsione. Durante i twisties, c’è una disconnessione tra il cervello e il corpo. Il corpo sa cosa fare e i programmi motori sono memorizzati, ma nello stesso tempo il cervello non riesce ad accedere a quei programmi motori (Aoyagi et al, 2017). Ciò può comportare implicazioni sia fisiche che mentali.
Fisicamente, i twisties possono rendere un ginnasta incapace di eseguire le abilità come in precedenza. Mentalmente, l’incapacità di eseguire le abilità può causare ansia, esacerbando un blocco mentale.
È scientificamente noto come la propriocezione, (Han et al., 2015) o capacità del corpo di percepire il proprio movimento e posizione nello spazio, rappresenti un punto fondamentale su cui l’atleta deve lavorare durante l’allenamento. Mentre si torcono nell’aria, i ginnasti sanno dove si trovano rispetto al suolo. Quella consapevolezza consente di sapere quando e dove si atterrerà, impedendo una caduta o di atterrare nella posizione sbagliata. 

Spesso succede che dopo aver sperimentato i twisties, il ginnasta si preoccupi che la sensazione si ripeta, il che intensifica ancora di più la paura di provarne altri. Quella stessa paura può portare ad un’esitazione e che quindi o il ginnasta esce da un’abilità troppo presto o non la tenta affatto. Entrambe le situazioni possono mettere a repentaglio la sicurezza dell’atleta.

Ci possono essere ragioni mentali o fisiche dietro i twisties. Una causa mentale potrebbe essere attribuita allo stress e all’ansia. Questi a loro volta possono causare blocchi mentali a causa dei cambiamenti fisici e cognitivi che si verificano sotto la pressione di una gara: l’attenzione diventa troppo ristretta o ampia (Nideffer, 1976); si avverte un aumento della tensione muscolare, della frequenza cardiaca e respiratoria o della risposta al sudore; si sperimentano pensieri negativi o di distrazione.
Solitamente si inizia con la paura di fallire e non si vuole deludere gli altri o le aspettative estremamente alte che l’atleta interiorizza. 

Tra le cause fisiche dei twisties, è possibile riconoscere la distonia focale, espressione di un disturbo del movimento di tipo ipercinetico la cui caratteristica principale è una contrazione muscolare prolungata involontaria. Il risultato clinico di questa contrazione è un movimento eccessivo e iterativo con torsioni articolari e posture anomale locali, distrettuali o generalizzate (Lim et al., 2001).
Spesso, i twisties possono accadere “all’improvviso”. Un ginnasta può entrare in un’abilità e poi, per qualsiasi motivo, si sente in aria e perde la connessione tra mente e corpo.

A livello cerebrale cosa accade prima dell’inizio dei Twisties?

L’equilibrio durante i movimenti complessi, come la ginnastica, richiede un confronto in tempo reale tra l’aspettativa del cervello di input sensoriali e l’input effettivo. Mentre è in movimento, il cervello riceve informazioni sensoriali dagli occhi, attraverso le cellule nervose propriocettive, che trasmettono informazioni sulla posizione del corpo al cervello, e dal sistema vestibolare, il sistema sensoriale nell’orecchio interno che controlla il senso dell’equilibrio. Il cervello integra tutti questi segnali e li confronta con un “modello interno” di come dovrebbe essere il movimento, basato sulle esperienze passate (Freedman, E. G., & Sparks, D. L., 2000).
Il cervelletto, situato nella parte inferiore e posteriore del cervello, svolge un ruolo importante nella generazione di questi modelli interni di movimento; il cervelletto fa anche attenzione a eventuali discrepanze che si verificano tra le sensazioni attese di un movimento e quelle effettive che si verificano in tempo reale. Se rileva un movimento inaspettato – diciamo che la schiena di una ginnasta si inarca un po’ più del solito durante il rilascio dalle barre irregolari – il cervelletto invia rapidamente un messaggio al midollo spinale, che quindi attiva percorsi riflessi che aiutano il corpo ad adattarsi (Gold, J., & Ciorciari, J., 2021).

Una ricerca condotta da Baumann et al. (2015), ha dimostrato che il cervelletto calcola effettivamente un movimento inaspettato in pochi millisecondi in modo da poter inviare un segnale appropriato al midollo spinale per regolare rapidamente il senso di equilibrio. Oltre ad attivare determinati riflessi quando necessario, il cervelletto sopprime anche i riflessi che potrebbero altrimenti impedire agli atleti di eseguire determinate abilità. Ad esempio, con l’allenamento, i pattinatori sul ghiaccio possono imparare ad eseguire rotazioni super veloci con le loro teste gettate all’indietro; il cervelletto reprime i riflessi che riporterebbero il corpo in posizione eretta, così come quelli che controllano il movimento degli occhi e potrebbero far girare la testa al pattinatore.

Attraverso la pratica, gli atleti costruiscono e perfezionano modelli interni molto sofisticati dei loro movimenti, il che significa che possono sviluppare un acuto senso di quando e come regolare i loro corpi per inchiodare un movimento ogni volta, sia che si stiano lanciando su una trave di equilibrio, eseguendo un flip turn in piscina o lanciare una palla veloce. Mentre sviluppano questi modelli interni di movimento, gli atleti si muovono attraverso varie fasi dell’apprendimento motorio (Renshaw, I., Davids, K., & Savelsbergh, G. J., 2010).
Nelle prime fasi dell’apprendimento di un’abilità, le quali si basano su istruzioni esplicite, vengono potenziati i segnali visivi e si procede per tentativi ed errori. Gli errori generano feedback dai sistemi sensoriali del corpo e, nel caso degli atleti, richiedono anche feedback dai loro allenatori; questo processo di commettere errori, ricevere feedback e apportare correzioni aiuta il cervello ad adottare nuovi schemi motori in modo efficiente.
Nelle fasi successive dell’apprendimento, gli atleti possono iniziare a concentrarsi maggiormente sui segnali propriocettivi e sintonizzarsi su come si sentono i loro corpi che si muovono attraverso l’abilità.
Con la pratica ripetitiva, l’abilità diventa appresa ed automatica e può essere eseguita con pochissimi input cognitivi espliciti e controllo cosciente sui movimenti.

Quando sono sotto pressione, gli atleti possono provare a prendere un controllo più consapevole dei loro movimenti, e questo processo può effettivamente portare a errori e talvolta a sperimentare i twisties.
Un atleta può cercare di compensare un aumento dello stress fisiologico o cognitivo o una mancanza di fiducia cercando di controllare consapevolmente i movimenti che in precedenza erano automatici (Swann, C., Moran, A., & Piggott, D., 2015). Un certo grado di stress può essere utile, in quanto può aumentare la vigilanza ed aiuterebbe a focalizzare l’attenzione, ma troppo stress può interferire con la capacità del cervello di avviare sequenze motorie apprese, secondo un rapporto del 2019 pubblicato sulla rivista Frontiers of Psychology. Ciò può essere correlato al rilascio di ormoni glucocorticoidi indotti dallo stress, come il cortisolo, poiché la corteccia motoria, il cervelletto e il midollo spinale trasportano tutti i recettori per questi ormoni. E senza che lo schema motorio appreso venga avviato automaticamente, una ginnasta può sperimentare i twisties.

Il panorama della Psicologia dello Sport offre diversi strumenti che l’atleta può mettere in atto sia per prevenire che per recuperare nei casi di Twisties.

L’Imagery rappresenta una valida tecnica al fine di creare un’esperienza mentale che riproduca un’esperienza reale attraverso la ripetizione mentale di un gesto motorio completo e del suo corredo di sensazioni cinestesiche e visuo/audio percettive. L’Imagery consiste nel migliorare e allenare sensazioni e percezioni di un gesto tecnico tramite un processo mentale, andando a lavorare su “tutte quelle esperienze quasi-sensoriali e quasi- percettive di cui siamo coscienti e che per noi esistono in assenza di quelle condizioni di stimolo che realmente determinano quelle specifiche reazioni sensoriali e percettive” (Richardson, 1969).

La progressione è un’altra valida tecnica. Se ad esempio un ginnasta sperimenta i twisties durante un’abilità che richiede un doppio giro, attraverso la progressione, si riprende gradualmente confidenza con l’esercizio partendo da mezzo giro, per poi passare ad un giro completo, poi un giro e mezzo, fino a raggiungere l’obiettivo di un doppio giro. Iniziare con un’abilità di base e ricordare gradualmente al corpo la sua posizione in aria, può aiutare a rafforzare la sicurezza dell’atleta.  Spesso risulta importante anche eliminare lo stress e la pressione. Una strategia potrebbe essere di provare a concentrarsi su un’abilità diversa, in modo particolare in una in cui l’atleta si senta piuttosto sicuro, prendendosi una pausa dall’esercizio che elicita una sensazione spiacevole. Anche guardare il video di se stesso mentre svolge determinati esercizi e riproporli durante una fase di visualizzazione accompagnate da un Self talk positivo, rappresenta una valida strategia di aumento dell’autoefficacia percepita.

Il potenziamento delle abilità psicologiche non solo migliora la competitività durante le prestazioni ma permette all’atleta di gestire le paure e aumentare la sua autostima verso l’esecuzione di abilità difficili (Bandura, 1997).

Le convinzioni di autoefficacia sono strettamente collegate a strategie metacognitive (ad es. definizione di obiettivi, automonitoraggio delle prestazioni) e autoregolazione delle emozioni.
Atleti che si sentono più efficaci hanno maggiori probabilità di cercare attivamente strategie di risoluzione dei problemi e modi per gestire lo stress associato alla paura (Feltz, 1983; Nolen-Hoeksma, 1998).

Abstract

“Giravo su me stessa e non avevo più la sensazione di dove fossi. Era orribile, una sensazione di vuoto. Ritrovavo un riferimento solo quando impattavo a terra. Non hai assolutamente alcun controllo sul tuo corpo e su ciò che fa nello spazio. La sensazione più strana è sentirsi pietrificati. È difficile provare a fare un’abilità ma non avere la tua mente e il tuo corpo in sincronia”.

Attraverso queste parole Simone Biles, ginnasta plurivincitrice statunitense, mette in pausa le sue performances ai giochi olimpici di Tokyo 2020 per dedicarsi alla ripresa della sua salute mentale.
Durante la prova di un volteggio, la ginnasta ha riferito di aver perso il controllo del proprio corpo, accompagnata dalla paura di infortunarsi.

Spesso succede che dopo aver sperimentato i twisties, il ginnasta si preoccupi che la sensazione si ripeta, il che intensifica ancora di più la paura di provarne altri. Quella stessa paura può portare ad un’esitazione e che quindi o il ginnasta esce da un’abilità troppo presto o non la tenta affatto. Entrambe le situazioni possono mettere a repentaglio la sicurezza dell’atleta.

Ma cosa succede a livello neuro-psicologico nel momento esatto in cui accadono i Twisties?

Referenze

– Aoyagi, M. W., Poczwardowski, A., Statler, T., Shapiro, J. L., & Cohen, A. B. (2017). The Performance Interview Guide: Recommendations for initial consultations in sport and performance psychology. Professional Psychology: Research and Practice, 48(5), 352.

– Ariel, G. B. (1985). Biofeedback and biomechanics in athletic training. In Biofeedback and Sports Science (pp. 107-145). Springer, Boston, MA.

– Bandura, A. (1997). The anatomy of stages of change. American journal of health promotion: AJHP, 12(1), 8-10.

– Baumann, O., Borra, R. J., Bower, J. M., Cullen, K. E., Habas, C., Ivry, R. B., … & Sokolov, A. A. (2015). Consensus paper: the role of the cerebellum in perceptual processes. The Cerebellum, 14(2), 197-220.

– Bishop, L. (2018). The Integration of Principles of Motor Learning to Reduce Gait Asymmetry Using a Novel Robotic Device in Individuals Chronically Post-Stroke. Columbia University.

– Freedman, E. G., & Sparks, D. L. (2000). Coordination of the eyes and head: movement kinematics. Experimental brain research, 131(1), 22-32.

– Gold, J., & Ciorciari, J. (2021). A neurocognitive model of flow states and the role of cerebellar internal models. Behavioural Brain Research, 113244.

– Han, J., Anson, J., Waddington, G., Adams, R., & Liu, Y. (2015). The role of ankle proprioception for balance control in relation to sports performance and injury. BioMed research international, 2015.

– King, L., Cullen, S. J., McArdle, J., McGoldrick, A., Pugh, J., Warrington, G., & Losty, C. (2021). Stressors Experienced by Professional Jockeys. The Sport Psychologist, 35(2), 142-154.

– Lim, V. K., Altenmüller, E., & Bradshaw, J. L. (2001). Focal dystonia: current theories. Human movement science, 20(6), 875-914.

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– Nideffer, R. M. (1976). Test of attentional and interpersonal style. Journal of personality and social psychology, 34(3), 394.

– Noordsy, D. L. (Ed.). (2019). Lifestyle psychiatry. American Psychiatric Pub.

– Renshaw, I., Davids, K., & Savelsbergh, G. J. (Eds.). (2010). Motor learning in practice: A constraints-led approach. Routledge.

– Richardson, A. (1969). Mental imagery. New York: Springer.

– Schmidt, R. A., & Wrisberg, C. A. (2008). Motor learning and performance: A situation-based learning approach. Human kinetics.

– Sigrist, R., Rauter, G., Riener, R., & Wolf, P. (2013). Augmented visual, auditory, haptic, and multimodal feedback in motor learning: a review. Psychonomic bulletin & review, 20(1), 21-53.

– Starkes, J. L., Cullen, J. D., & MacMahon, C. (2004). A life-span model of the acquisition and retention of expert perceptual-motor performance. In Skill Acquisition in Sport (pp. 283-305). Routledge.

– Swann, C., Moran, A., & Piggott, D. (2015). Defining elite athletes: Issues in the study of expert performance in sport psychology. Psychology of Sport and Exercise, 16, 3-14.

AUTORE: Ilaria Bastoni Responsabile Tecnico Area Psicologia Scienze Salute e Benessere

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