Chinesiologia Eugenio Scibetta Fisioterapia Medical

CARDIOPATIA ISCHEMICA E SPORT

La Cardiopatia Ischemica è conosciuta anche come ischemia miocardica.
– cardiopatia: malattia del cuore
– ischemia: diminuzione o soppressione dell’apporto di sangue in un determinato distretto 
 
I tessuti colpiti da ischemia si trovano in una situazione caratterizzata da:
  1. ridotto apporto di ossigeno (ipossia, anossia).
  2. ridotta disponibilità di nutrienti.
  3. ridotta eliminazione delle sostanze di rifiuto.
 
Nella cardiopatia ischemica post-acuta la prescrizione medica dell’esercizio viene effettuata dopo la valutazione funzionale e deve svolgersi per un limitato periodo di tempo in un setting riabilitativo dove, per esperienza e competenze professionali, la ripresa dell’attività fisica può essere graduata e quantificata in condizioni di sicurezza
 
Nella cardiopatia ischemica cronica, invece, l’esercizio può essere effettuato, dopo accurata valutazione, in maniera autonoma o con differenti gradi di supervisione e mantenimento il più a lungo possibile.
È stato dimostrato che la prognosi a lungo termine è significativamente migliore quando viene ottenuta e mantenuta una capacità funzionale più elevata.
 
Riabilitazione cardiologica e prevenzione secondaria sono due momenti integrati ed indissolubili, che si realizzano attraverso l’applicazione di una serie di interventi (assessment globale, ottimizzazione della terapia farmacologia, intervento nutrizionale, trattamento dei fattori di rischio) che comprendono l’esercizio terapeutico e la prescrizione dell’attività fisica da proseguire a tempo indeterminato .
Uno degli aspetti più critici della prevenzione secondaria è tuttavia rappresentato dalla scarsa aderenza ai programmi: dall’analisi di trials e studi controllati, risulta che l’aderenza al programma di prevenzione, anche dopo la riabilitazione, decade progressivamente a circa il 50-60% ad un anno ed a circa il 20-30% a 3 anni.
 
Dopo un training fisico di 3-6 mesi, la maggior parte degli studi riportano 
un incremento significativo della capacità    funzionale, una riduzione della frequenza cardiaca (FC) 
e della pressione arteriosa, 
un innalzamento della soglia ischemica 
e un incremento del picco di consumo di ossigeno (VO2max) tra l’11 e il 66%. 
 
Organizzazione del programma di training fisico Sono efficaci i programmi di attività fisica che, attraverso l’applicazione di attività con intensità, durata e modalità adeguate, fanno ottenere benefici dal punto di vista cardiovascolare e funzionale. Sono sicuri i programmi che non producono complicanze, né a breve né a lungo termine, per i quali sono ben definiti i limiti di sicurezza ed i criteri di sorveglianza. 
 
INTENSITÀ
 Un esercizio anche se di moderata intensità , ma condotto con continuità e regolarità, è in grado di produrre effetti significativi, se adattato alle condizioni cliniche, agli specifici bisogni, agli obiettivi terapeutici, alle capacità ed alle preferenze dei singoli pazienti. 
Recenti studi hanno valutato l’effetto di differenti intensità dimostrando che solo un esercizio fisico aerobico moderato, al 50% del VO2max, aumenta la vasodilatazione endotelio- dipendente attraverso l’aumento della produzione dell’ossido nitrico, mentre l’esercizio molto intenso, superiore all’80% del VO2max, porta ad un aumento dello stress ossidativo. 
L’intensità ottimale dell’esercizio fisico non deve essere basata su valori assoluti, ma riferita alle capacità fisiche e funzionali del soggetto, analogamente ad un farmaco, di cui è necessario conoscere indicazioni, controindicazioni, meccanismo di azione, eventuali interazioni ed effetti indesiderati. 
  1. FC: Dopo aver determinato al test ergometrico la FC massimale del soggetto, si stabilisce come FC ottimale quella equivalente al 70-85% di tale valore, oppure quella che risulta dalla somma della FC a riposo più il 50-80% della differenza fra la FC massimale e quella a riposo.
  2. VO2max: Quando è possibile o indicato misurare il VO2, si individua la FC corrispondente al 50- 70% del VO2max, oppure si misura la FC alla soglia anaerobia, assumendo come valore di riferimento tale frequenza meno 10 battiti. 
METs: talvolta può essere utile o necessario calcolare il carico ideale di lavoro in METs, utilizzando apposite tavole e determinando il tipo di esercizio corrispondente a tale dispendio energetico. 
 
DURATA DELLE SEDUTE                           può oscillare dai 5 ai 60 minuti, è determinata individualmente ed è inversamente proporzionale all’intensità dello sforzo.
All’inizio del programma si comincia con sedute più brevi, che vengono aumentate progressivamente. 
Per attivare le vie metaboliche ed energetiche l’ambito ottimale di durata per singola seduta è compreso, lavorando con intensità intorno al 70-80% della FC massimale, tra i 20 ed i 30 minuti.
Una ulteriore modalità per individuare il rapporto tra intensità e durata dell’esercizio è quella di calcolare la spesa energetica, che dovrebbe realizzare un totale di 250-300 Kcal per sessione, pari a circa 1000-1500 Kcal a settimana. 
 
FREQUENZA 
Nelle prime fasi è necessario un graduale aumento dei carichi di lavoro per controllare più accuratamente la risposta cardiovascolare. La risposta emodinamica rilevata ai test da sforzo abitualmente effettuati nei laboratori di ergometria (test al cicloergometro con incrementi di 25 watt ogni 2 o 3 minuti, test al treadmill con protocollo di Bruce standard o modificato) non sempre ha una relazione lineare con il comportamento emodinamico che si realizza durante la seduta di training. Per questo, si raccomanda di iniziare il programma con carichi lievi a frequenza quotidiana, con costante sorveglianza della FC e della PA, per graduare con sicurezza sia l’intensità che la durata della sessione di esercizio.  Successivamente sono sufficienti sedute tri-settimanali. 
Se il training viene interrotto, si ha una riduzione della capacità di lavoro del 50% nell’arco di quattro o cinque settimane. 
PROGRESSIONE E DURATA DEL PROGRAMMA
 Il programma di esercizio fisico viene adattato continuamente alla risposta allo sforzo del soggetto, che varia in relazione al grado di allenamento acquisito ed alla maggiore confidenza con le modalità di esecuzione dell’esercizio stesso. Un metodo per valutare la progressione dello sforzo è basato sull’utilizzazione della scala di percezione soggettiva dell’intensità dello sforzo di Borg . Il livello di fatica percepito (RPE) corrisponde in modo soddisfacente alle misurazioni oggettive del carico, del VO2 e della FC. 
La valutazione della percezione soggettiva dello sforzo è particolarmente necessaria nei pazienti più compromessi (quali i soggetti con severa disfunzione sistolica, pluripatologia, in età molto avanzata o dopo prolungato allettamento), in quanto in essi la personalizzazione del programma di training è molto più delicata e la progressione dell’esercizio richiede un metodo di valutazione standardizzato e facilmente riproducibile. 
 
SICUREZZA E MODALITÀ DI CONTROLLO
 L’avvio del programma è riservato a pazienti in fase di stabilità che non presentano situazioni cardiache o patologie associate tali da determinare controindicazioni assolute o relative all’attività fisica. 
La sicurezza del training nella fase post-acuta della cardiopatia ischemica è riferibile a casistiche degli anni ‘90, che riportano mediamente 5 eventi maggiori, nessuno fatale, su circa 290.000 ore di esercizio/ paziente.
 Questi dati derivano da analisi retrospettive, non estendibili alla situazione attuale per la diversità nella selezione dei pazienti. 
Ciò rende scarsamente indicativa e verosimilmente sovrastimata l’incidenza delle complicanze.
 
Nella pratica  per i pazienti con cardiopatia ischemica la necessità di sorveglianza ECGrafica viene stabilita sulla base della stratificazione del rischio, che prevede
  • il monitoraggio permanente per i soggetti ad “alto rischio”
  • un monitoraggio solo nelle sedute iniziali per i soggetti a “basso rischio”. 
I pazienti clinicamente stabili, a basso profilo di rischio , possono effettuare varie tipologie di esercizio fisico di tipo ricreativo autonomamente, senza necessità di sorveglianza.  
I pazienti clinicamente stabili ed a basso rischio, ma con difficoltà all’aderenza o al cambiamento dello stile di vita o con altri fattori di rischio presenti, possono effettuare l’esercizio fisico autonomamente, ma necessitano di periodici rinforzi da parte del Curante o di una struttura riabilitativa di riferimento. 
 
I pazienti con condizioni che li espongono al rischio di progressione di malattia (per es.: diabete, ipertensione) o di deterioramento della funzione cardiaca (per esempio: malattia coronarica plurivasale), devono effettuare esercizio fisico solo con rivalutazioni periodiche che ne documentino la stabilità; la prescrizione deve essere limitata ad attività aerobiche a bassa intensità. 

 I pazienti con profilo di rischio medio-elevato dovrebbero effettuare attività fisica in strutture dedicate, che garantiscono esperienza e competenza degli operatori; nei casi più complessi è necessaria anche la supervisione medica.

 Bibliografia

Prof.ssa Maria Adelaide Marini: medico internista e docente presso Università Tor Vergata UniRoma 2

Author: Dott. Eugenio Isidoro Scibetta Co-Founder & Admin Scienze Salute e Benessere



Tratto da http://www.my-personaltrainer.it/cardiopatia-ischemica/cardiopatia.html

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