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MAL DI SCHIENA E PATOLOGIA DISCALE: STRESS ED EMOZIONI POSSONO INFLUIRE ?

In questo articolo analizzeremo alcuni dei meccanismi che si trovano alla base del mal di schiena, che rappresenta una delle problematiche più frequenti nei paesi occidentali, assumendo una certa importanza sia dal punto di vista medico che dal punto di vista socio-economico.

Qui verranno considerati quali siano i fattori di carico del disco intervertebrale che causano il cosiddetto “quadro discopatico”, cioè un processo degenerativo del disco situato tra i corpi vertebrali.

Alcuni dei fattori che contribuiscono alla degenerazione discale sono:

  • posture e movimenti scorretti;
  • stress psicologici e fattori emozionali;
  • life style scorretto e forma fisica scadente;
  • disequilibrio della respirazione toraco-addominale;

Tale elencazione è un tentativo di semplificare l’enorme varietà di fattori che possono promuovere e/o scatenare un processo discopatico, poiché alla base di tale processo degenerativo, vi è una “sequenza” di disequilibri che si creano, nel momento in cui il sistema diminuisce la sua naturale capacità di mantenere un efficace equilibrio dinamico.

E’ fondamentale specificare, quindi, che la sola presenza di un’alterazione dell’anatomia delle strutture costituenti la colonna vertebrale (disco compreso), non è sufficiente a far manifestare un sintomo poiché il sistema corporeo gode di una grande capacità di resilienza e di provvedere, nei limiti della sua risorsa, ad “autoregolarsi”

Come accennato in precedenza, una delle cause specifiche di mal di schiena, è rappresentato dalla discopatia intervertebrale, che può modificare ulteriormente la biomeccanica della nostra colonna vertebrale. Infatti, il “primum movens” del processo degenerativo discale è rappresentato da un modifica della fisiologia e, conseguentemente, della struttura e biomeccanica dell’unità funzionale della colonna (vertebra-disco-vertebra e annessi legamentosi corrispondenti alla zona di proiezione cortico-cutanea).

Nelle condizioni in cui la fisiologia della colonna vertebrale e dei suoi archi funzionali (in medicina osteopatica viene definita come l’architettura e gestione funzionale alle forze interne ed esterne gravanti su di essa) risulta modificata, la colonna vertebrale altererà la sua “capacità” di sostenere il carico gravitario e le forze agenti su di essa, dando vita a una serie di modifiche (compensi e adattamenti) biomeccaniche, strutturali ma, soprattutto, fluidiche (vascolari e linfatiche) che metteranno a “dura prova” il sistema. All’interno delle strutture facenti parte dell’unità funzionale, il disco intervertebrale è una “vittima” delle modifiche sopra citate.

Il processo di degenerazione discale può interessare uno dei tre strati fibrosi dell’anello discale o tutti e tre. Ci troveremo dinanzi alla presenza di un processo degenerativo più “avanzato”, quando due o più strati, verranno compromessi: si creerà, quindi, una soluzione di continuo al livello dell’ anulus fibrosus (ernia contenuta 1).

Il disco intervertebrale, infatti, è un vero e proprio sistema idraulico composto da una parte esterna fibroelastica e una parte interna, il nucleo polposo contenente un gel colloidale. Con il tempo, le sollecitazioni meccaniche, soprattutto se continue e “anomale”, causeranno un peggioramento del trofismo della  struttura discale la quale andrà incontro a un processo degenerativo progressivo.

La conseguente disidratazione del nucleo, che avviene fisiologicamente con l’età ma che viene accentuata e anticipata a causa di fattori posturali (posture scorrette e continuate), movimentazione di carichi pesanti e fattori stressogeni, porterà a una diminuzione della capacità di carico e ammortizzazione del disco.

L’invecchiamento del rachide coinvolge tutte le strutture che lo compongono; tuttavia, le connessioni inter-rachidee rappresentano il “bersaglio” più precocemente e cospicuamente coinvolto. Il processo degenerativo a carico del disco inter-somatico dipende:

  • da disturbi della nutrizione del tessuto discale;
  • dalle modificazioni, in funzione dell’età, della matrice extracellulare;
  • dallo stress biomeccanico.

La matrice extracellulare del disco intervertebrale è simile, per composizione e struttura, a quella della cartilagine ialina. Essa è formata in gran parte da collagene, che rappresenta la metà del peso secco dell’anello fibroso e il 20-30% di quello del nucleo polposo. Le fibre collagene hanno la proprietà di essere flessibili e inestensibili e, pertanto, offrono una gran resistenza alla trazione ma non alle forze compressive. Le fibre collagene discali svolgono la funzione di sopportare le forze compressive e tensili cui è sottoposto il disco e ancorarlo al piatto vertebrale. All’interno della matrice extracellulare troviamo, inoltre, delle molecole fondamentali alla capacità di resistenza e idratazione discale: i proteoglicani. Essi sono polimeri costituiti da un nucleo proteico cui sono legati i glicosaminoglicani solforati. Le catene laterali dei GSG, cariche negativamente, controllano la pressione osmotica del disco (in altre parole la distribuzione dei soluti), regolando quindi il suo contenuto idrico (legano grandi quantità di acqua). L’idratazione è la caratteristica primaria necessaria affinchè il disco possa esprimere la sua fisiologia articolare e ruolo biologico: essa assicura la corretta distribuzione delle forze e la fisiologica articolarità vertebrale (immagine 1).

 Immagine 1 – Fabio Scoppa – ernia del disco: un approccio chirurgico (modificata).

Secondo Selye (2) lo stress corrisponde a una alterazione dell’equilibrio tra richieste e risorse, l’alterazione, rottura di una omeostasi dinamica tra le richieste interne ed esterne, cioè una risposta aspecifica dell’organismo ad ogni richiesta effettuata su di esso.  E’ importante riconoscere che lo scopo adattivo di una risposta fisiologica allo stress è assicurare la sopravvivenza in caso di lotta o di fuga. Mentre lo stress a lungo termine è generalmente dannoso, lo stress a breve termine può essere protettivo in quanto prepara l’organismo ad affrontare le sfide.

Lo stress è in grado di influenzare il nostro sistema nervoso e l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, stimolando la produzione di cortisolo (ormone iperglicemizzante prodotto durante l’aumento di richiesta psico-fisica), definito appunto “ormone dello stress”. In tali situazioni viene aumentata, altresì, la produzione di adrenalina e noradrenalina (immagine 2). Queste due sostanze, definite catecolamine¸ creano effetti sistemici, in particolar modo sul sistema neurovegetativo e cardiovascolare, creando un aumento del tono ortosimpatico e, quindi, vasocostrizione, con conseguente aumento del consumo energetico muscolare e diminuzione dell’apporto sanguigno periferico tissutale (il sangue viene convogliato maggiormente, verso le fisiologie e organi “più importanti” alla “sopravvivenza”, in quel determinato momento.


Immagine 2,3 – Tensione muscolare cronica e consumo energetica

Ma quando questo periodo, diventa prolungato, e le richieste energetiche sono mantenute alte, il sistema inizia a diminuire la sua capacità di risorsa, dando origine a una serie di adattamenti e compensi al livello multi-sistemico. Le strutture mio-fasciali, deprivate per così lungo tempo del corretto nutrimento e smaltimento di cataboliti, si densificano, con conseguenze muscolo-scheletriche non trascurabili (immagine 3). Motivo per cui una sintomatologia quale il mal di schiena, non ha necessariamente, alla base, una condizione patologica strutturale, ma può essere la conseguenza di un disequilibrio generale causato da una richiesta prolungata che supera le capacità del sistema (ed è  fisiologico che sia cosi…). 

A questo punto, possiamo chiederci, “ciò che pensiamo e le nostre emozioni possono creare un similare effetto?”. Attraverso l’interconnessione tra le strutture limbiche e corticali, l’ emozione dà origine a una serie di cambiamenti motivazionali, fisiologici, motori (espressione mimica, corporea, vocale) e sensoriale (aumenta direttamente la nostra capacità percettiva ampliando la sensibilità allo stimolo).

Le neuroscienze ci spiegano come, diverse regioni del SNC che moderano le risposte autonome e affettive. Tra queste, la corteccia prefrontale ventro-mediale (vmPFC) svolge un ruolo chiave in queste regolazioni. Secondo alcuni studi(3) l’attività vmPFC è associata a cambiamenti cardiovascolari durante aumenti di prestazione motoria e alla regolazione di situazioni affettive e stressanti (Alexander Hansel et al., 2008).

Il sistema muscolo-scheletrico e viscerale, in particolar modo, si faranno “carico” di queste tensioni emotive e il sistema si esprimerà attraverso retrazioni muscolari, rigidità articolare e modifiche posturali. Da qui, il sintomo mal di schiena, sarà la manifestazione delle nostre tensioni e del “peso delle responsabilità” che riversiamo inconsciamente sul nostro corpo il quale, d’altronde, è anche uno strumento di protezione e filtro. La colonna vertebrale, inoltre, è l’asse del nostro corpo e simbolicamente rappresenta il nostro sostegno.

È quindi necessario valutare il soggetto dal punto di vista sistemico, dove le componenti corporee (la fisiologia, anatomia e processi biologici) incontrano i fattori psico-comportamentali del soggetto. Impossibile creare una scissione tra aspetto emozionale e corporeo in quanto l’emozione ha un effetto diretto sul sistema neurologico e neuro-endocrino tale da modificare, in maniera profonda e spesso inconscia, la fisiologia, la postura e la risposta comportamentale del soggetto.

Tra i fattori psicologici, lo stato di ansia soprattutto se cronico, attraverso un attivazione “costante” dell’arosaul sistemico (stato di attivazione, allerta) comporterà una tensione eccessiva e continua che si riverbererà sul sistema muscolo-scheletrico e sui vari apparati e/o sistemi del corpo, creando un circolo vizioso, che toglierà risorsa al sistema e, in concomitanza, un alterato apporto nutritivo ai tessuti.

L’emozionalità, quindi, rappresenta un potenziale fattore di rischio della patologia discale e delle conseguenze sullo stato di salute della nostra colonna vertebrale che, attraverso una modifica della capacità di “decompressione” del sistema, della circolazione fluidica e funzionalità neuro-endocrina, non solo può causare una degenerazione dell’unità funzionale ma anche l’insorgenza di problematiche quali cervicalgia, dorsalgia, lombalgia e favorire una graduale compromissione funzionale del rachide.

In una visione simbolica(4), dal punto di vista della medicina psicosomatica, la patologia discale come sintomo, rappresenta la conseguenza di un eccesso di “pressione psicologica” che il soggetto non riesce a sostenere (o non vuole tollerare, sopportare, in quel determinato contesto e/o momento). La componente idrica, fluida del disco inter-somatico, che ha lo scopo di “sorreggere” i carichi e permette il movimento dell’unità funzionale, subisce un carico che risulta eccessivo. Così non rimane altro che “cedere”, al fine di diminuire la pressione generale indotta dalla situazione.

È evidente, quindi, quanto lo stress e l’attivazione emotigena, attraverso una modifica della fisiologia corporea, della postura, della tensione muscolare e dell’ipercarico scheletrico, possano peggiorare il trofismo discale con ripercussioni sulla struttura, sulla biomeccanica discale e, quindi, sulla funzionalità rachidea in generale.

Referenze

– Fabio Scoppa, Ernia del disco: un approccio non chirurgico;

– Hans Selye, Stress in Health and Disease, Butterworth-Heinemann, 2013
https://link.springer.com/article/10.1186/1751-0759-2-21

– Rudinger Dahlke – Malattia linguaggio dell’anima, Mediterranee, 2013

AUTORE: Sara Torrisi Freelance e Osteopata di Scienze Salute e Benessere

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